Corde Oblique – Cries and whispers
Corde Oblique torna con “Cries and Whispers”, un album innovativo in uscita il 14 febbraio 2025. Scopri il viaggio musicale di Riccardo Prencipe!
Il rock, o musica rock, è un genere della popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni cinquanta e sessanta del Novecento.
Corde Oblique torna con “Cries and Whispers”, un album innovativo in uscita il 14 febbraio 2025. Scopri il viaggio musicale di Riccardo Prencipe!
Tra raccolte, Lp collaborativi e soundtrack per il cinema, negli ultimi tempi, il duo francese dei Limiñanas si è tenuto decisamente occupato, arrivando anche a registrare un nuovo album – l’ottavo complessivo del progetto – “Faded“, uscito questo mese su Because Music, e che arriva a quattro anni di distanza da “De pelicula“. I coniugi Lionel (chitarra, voce, basso, organo, synth) e Marie (voce, batteria e percussioni) Limiñana, pur diversificando il loro raggio d’azione dal 2009 a oggi, hanno mantenuto salde le loro coordinate sonore improntate su un garage rock neo-Sixties imbevuto di psichedelia fuzzata e combinato con atmosfere cinematiche, pop della migliore scuola transalpina (Serge Gainsbourg, Françoise Hardy) e flirt con la musica elettronica, il tutto cantato, prevalentemente, in lingua madre e in inglese. E anche “Faded” non fa eccezione. L’idea del disco è nata dal testo di “New Age” dei Velvet Underground e si ispira a tutte le “stelle” femminili – raffigurate in copertina coi volti cancellati da un alone bianco – cadute nel dimenticatoio, lasciate indietro e svanite (“Faded”, appunto) nell’oblio del tempo, vittime della damnatio memoriae operata ai loro danni dall’industria mediatica a trazione maschile/maschilista, conferendo all’opera un’aura di velato mistero, con metafore musicali che rievocano storie provenienti dal ventre oscuro della vecchia Hollywood. Post-punk contemporaneo sporcato di droni, effettacci e synth lo-fi e psichedelia si fondono col mood nostalgico delle colonne sonore cinematografiche dei film italiani della stagione d’oro dell’universo horror/thriller (evidente nell’opener “Spirale“) per sorreggere una storyline su cui aleggia una patina di raffinatezza french touch. Concepito come un doppio album, anche questo long playing si è avvalso di diversi e azzeccati featuring, come l’ospitata di Bobby Gillespie nel singolo “Prisoner of beauty“, o ben due brani (“Space baby” e “Degenerate star“) cantati e suonati da Jon Spencer e Pascal Comelade, e altri contributi (Bertrand Belin in “J’adore le monde“, Rover in “Shout“, Penny nella title track e Anna Jean in “Catherine“) che rappresentano un valore aggiunto per la buona riuscita del full length. E ci sono anche due cover, una di “Où va la chance” di Françoise Hardy (posta in chiusura della tracklist) e l’altra è una rivisitazione del classico dei classici del garage rock – nonché uno degli evergreen del rock ‘n’ roll – “Louie Louie” dei Kingsmen, cantato in francese da Marie che come sempre, quando vuole ammaliare con la sua voce sognante (come anche nel caso di “Tu viens Marie?” e la Gainsbourg/Birkiniana “Autour de chez moi“) fa strage di cuori tra i maschietti, mandandoli in brodo di giuggiole. Omaggiare le eroine dimenticate del silver screen deturpando l’ipocrisia glamour hollywoodiana a colpi di fuzz, distorsioni e intemperanze kosmische/motorik è, a suo modo, la trama di un immaginario B-movie très chic di cui Limiñanas ne hanno musicato – ricercata e radicale allo stesso tempo – la sua essenza. TRACKLIST A1 – Spirale – The Limiñanas A2 – Prisoner of Beauty – The Limiñanas & Bobby Gillespie A3 – J’adore le monde – The Limiñanas & Bertrand Belin B1 – Shout – The Limiñanas & Rover B2 – Faded – The Limiñanas & Penny B3 – Catherine – The Limiñanas & Anna Jean B4 – The Dancer (instrumental) – The Limiñanas C1 – Space Baby – The Limiñanas, Jon Spencer & Pascal Comelade C2 – Tu viens Marie – The Limiñanas C3 – Louie Louie – The Limiñanas D1 – Autour de chez moi – The Limiñanas D2 – Degenerate Star – The Limiñanas, Jon Spencer & Pascal Comelade D3 – Où va la chance (Françoise Hardy Cover) – The Limiñanas
I Pentagram sono degli autentici highlander del rock ‘n’ roll più dannato e oscuro e, tra alti e bassi, svariati cambi di moniker e line up, lunghe pause di scioglimenti/perdizioni e ritorni dagli abissi, sono ancora qui tra noi. Formatisi in Virginia (USA) nel lontano 1971, quasi contemporanei ai Black Sabbath – ma loro sicuri debitori in fatto di ispirazione sonora – i nostri, concepiti dal frontman Bobby Liebling (un personaggio quasi mitologico) con l’intento di diventare “la band più heavy del pianeta”, sono assolutamente da annoverarsi tra i precursori, a livelli underground, del movimento heavy metal mondiale e, in particolare, considerati i protagonisti assoluti di quel sottogenere, di matrice Sabbathiana, rinominato doom metal, nel quale, dagli Eighties in poi, ne sono stati indiscussi esponenti di punta insieme a Candlemass, Saint Vitus e Trouble, coi quali formava il “dream team” e i “big four” del doom metal, una branca dell’hard ‘n’ heavy rock imperniata sull’uso reiterato e ossessivo di riff chitarristici macilenti, ribassati e pesanti come macigni, mutuati dal sound dei padrini/inventori Black Sabbath e dallo stile del loro chitarrista e master of riffs, Tony Iommi, ma traendo anche spunto da altre band altrettanto di (oc)culto come Black Widow, Blue Cheer, Sird Lord Baltimore o High Tide e la scena hard/proto-heavy/psych-prog rock inglese fine Sixties, il tutto condito da un immaginario “infernale”, tetro e horrorifico, aggiornato e velocizzato con la potenza sonica dell’heavy metal esploso negli anni Ottanta. Il quartetto statunitense, da sempre capeggiato da Liebling (ancora incredibilmente vivo, carismatico e con una voce vibrante alla veneranda età di 71 primavere, nonostante un turbolento passato in cui è finito anche in carcere, tra vicissitudini controverse e un’anima tormentata dai demoni di una seria dipendenza da droghe e altri abusi) oggi si incarna in una rinnovata formazione con un nuovo chitarrista, Tony Reed (che ha rimpiazzato lo storico axeman Victor Griffin) e una nuova sezione ritmica formata da Scooter Haslip al basso e Henry Vasquez alla batteria, e nel mese di gennaio ha dato alle stampe il suo decimo album complessivo, “Lightning in a bottle“, uscito sulla label italiana Heavy Psych Sounds, e successore di “Curious volume“, datato 2015. A quaranta anni esatti dalla pubblicazione del loro primo full length ufficiale, i Pentagram odierni hanno imparato a collaborare attivamente alla scrittura dei brani come una cooperativa rock ‘n’ roll in cui ognuno apporta il proprio contributo, non si sentono più strettamente imparentati con l’accezione più classica di “doom metal” (lo stesso Liebling ha ammesso che la sua band, nella sua visione, non ha mai fatto pienamente parte di questo calderone, di cui riconosce solo alcune componenti atmosferiche che hanno contribuito a forgiare il proprio sound) preferendo definire la propria proposta musicale come heavy metal/hard rock psichedelico e, in effetti, “Lightning in a bottle” sembra spingere più in questa direzione – basti ascoltare la pirotecnica opener “Live again” o la successiva “In the panic room“, “Dull pain“, i riffoni rocciosi di “I spoke to death” e “I’ll certainly see you in hell“, o l’accoppiata “Thundercrest” / “Solve the puzzle” che, nella parte strumentale, sembrano quasi rubate ai Pantera – che verso i tradizionali lidi “doom and gloom“, qui esemplificati soprattutto nell’ottima “Walk the sociopath“, nella title track e in uno degli highlights del disco, l’autobiografica “Lady heroin” , che parte a razzo per poi arrestarsi e sprofondare in paludi maleodoranti e pericolosamente vicine a un feeling à la Alice in Chains. Le due tracce bonus “Might just wanna be your fool” e “Start the end” arricchiscono un lavoro solido e compatto, in cui il vecchio leone Liebling fa il dito medio alla morte e torna a ruggire dietro un microfono. Un nuovo Lp dei Pentagram nel 2025, già di per sé, rappresenta un dato di fatto incredibile, dopo una parabola lunga mezzo secolo di paura e delirio (non solo a Las Vegas) cercando di portare una ventata di aria fresca a una formula che, altrimenti, sarebbe risultata ripetitiva (in un ambiente rock/metal notoriamente poco incline all’innovazione) pur senza tradire lo spirito e le radici del passato. E, alla fine della fiera, va a finire che Bobby Liebling ci seppellirà tutti. Live free and burn! TRACKLIST 1. Live Again 2. In The Panic Room 3. I Spoke To Death 4. Dull Pain 5. Lady Heroin 6. I’ll Certainly See You In Hell 7. Thundercrest 8. Solve The Puzzle 9. Spread Your Wings 10. Lightning In A Bottle 11. Walk The Sociopath 12. Start The End (DIGIPAK and DOUBLE ALBUM bonus track) 13. Might Just Wanna Be Your Fool (DIGIPAK and DOUBLE ALBUM bonus track) 14. Lady Heroin pre-edit rough mix (DIGIPAK and DOUBLE ALBUM bonus track)
Mogwai “The bad fire”: il nuovo album celebra 30 anni di musica, tra emozioni e suoni. Scopri le storie dietro i brani del quartetto scozzese.
Hellacopters tornano con “Overdriver”, un album energico e maturo che celebra 30 anni di rock. Scopri il loro sound evoluto e la nuova direzione!
A pochi mesi dall’uscita del loro settimo long playing, “Rack“, che ne aveva ufficializzato il ritorno sulle scene in pianta stabile, le leggende noise/post-hardcore statunitensi Jesus Lizard stanno continuando a sfornare nuovo materiale e hanno rilasciato due nuovi brani nel giro di un paio di mesi, due (al momento) standalone singles: “Cost of living“, dato alle stampe nel mese di novembre dello scorso anno, e il più recente “Westside“, rilasciato nel gennaio di questo nuovo anno. Il tutto, ancora una volta, patrocinato dalla benemerita Ipecac Recordings. Non sappiamo con certezza se questi singoli fa(ra)nno da antipasto per un nuovo album di inediti in futuro, o se siano delle canzoni lasciate fuori dalla tracklist finale di “Rack“, o se resteranno degli episodi indipendenti e a sé stanti, ma intanto il quartetto texano capitanato dal vulcanico frontman David Yow (che in primavera tornerà in Italia in tour con tre date) sgancia altre due complementari bombette di R’N’R compatto e spigoloso, “ispirato” (?) a detta di Yow e del chitarrista Duane Denison, dal musical di Leonard Bernstein “West Side Story”, e suggestioni David Lynch-iane (nuova e dolorosa, prematura, dipartita quest’anno) nelle liriche. David Wm. Sims al basso e Mac McNeilly alla batteria forniscono il consueto martellante supporto ritmico. Rock ‘n’ roll concreto per analizzare la situazione concreta, alzare i decibel per esorcizzare questa realtà distopica odierna e mantenere vivi corpi, menti e spiriti dissidenti in questi anni bui. Alla “Trumponomics” è un dovere morale, per noi, rispondere con la Lizardonomics.
Se il 2025, a livello mondiale, è iniziato male e “promette” di essere ancora peggio (in una degna continuazione col 2024, che è stato un altro anno di merda, tra guerre neoimperialiste, pulizie etniche neocolonialiste, tecnofeudalesimo e tensioni nucleari in continua crescita e le sorti del mondo sciaguratamente affidate, sempre più, in mano a un manipolo di oligarchi megalomani che si arrogano la pretesa di comandare e imporre la loro “agenda politica” a tutto il pianeta, rischiando di trascinare l’intero genere umano in un vortice distopico che potrebbe generare danni irreversibili) lo stesso non si può dire, per fortuna, a livello musicale, perché si parte subito con un comeback incendiario, quello dei turbo garage-noise punkers italiani SLOKS che, a distanza di quasi quattro anni dal precedente lavoro sulla lunga distanza, “A knife in your hand“, sono tornati con un nuovo album – il loro terzo complessivo – intitolato “Viper” e uscito sulla benemerita Goodbye Boozy records, una label che da anni rappresenta una garanzia di (bassa) qualità nel suo attivismo di divulgazione e pubblicazione di materiale proveniente dall’underground R’N’R italico (e internazionale). Attivo da un decennio – e forte di un percorso che lo ha visto suonare, oltre allo “Stivale”, sui palchi di mezza Europa e anche in Giappone – il combo di Torino ha ridefinito, negli ultimi dodici mesi, la propria line up, che ha visto la fuoriuscita della cantante/frontwoman “Ivy Claudy” e l’innesto – al fianco del chitarrista “Buddy Fuzz” e del batterista “Tony Machete” – del vocalist Rudy “Red” Valentine (già con Barsexuals e Mofongos) e del chitarrista Massimo Scocca (in passato all’opera con LAME e Two Bo’s Maniacs, tra gli altri) assestandosi ora come un quartetto che può puntare sull’intreccio e l’assalto sonoro di ben due chitarre (e niente basso, come hanno insegnato i Cramps, uno tra i numi ispiratori della band) che, se da un lato può offrire spunti per nuove soluzioni, dall’altro amplifica e rende ancora più infuocata la proposta sonica dei nostri, da sempre corrosiva e selvaggia. Registrato, come anche i precedenti Lp degli Sloks, presso lo Swampland studio a Tolosa insieme a Lo Spider (che lo ha prodotto-mixato-masterizzato) nel febbraio dello scorso anno, “Viper” ci sputa addosso tredici brani di lo-fi garage punk mortifero e letale come può essere, appunto, il morso di una vipera. E la title track striscia fragorosamente e si insinua nei timpani dell’ascoltatore, per poi rilasciare una fiala di tre minuti di veleno Crampsiano, vomitato direttamente dall’Inferno da Lux Interior e Bryan Gregory, che vi brucerà il cervello. Immaginate di miscelare Birthday Party (“On the death of Brother John“) Pussy Galore (“Do the Sloks“) Oblivians (“The joint is jumping“, “Anna Lou“) Jesus Lizard (“I’ve got a feeling I’m falling (Dillinger’s death)“) Stooges (“‘Taint nobodies business if I do“, la rielaborata “Use me“), New Bomb Turks (“Right down“) MC5 e Cramps: ciò che otterrete sarà mezz’ora di cocktail dinamitardo – preparato dai bartender Jon Spencer (“Don’t let it bother you“) e Jack Oblivian e con retrogusto noise-blues (“(In my)” solitude“, che puzza di Link Wray che prende a calci in culo Screamin’ Jay Hawkins), testato da David Yow, che lo ha tracannato e poi sputato in faccia a Iggy Pop, in segno di approvazione – che corrisponde ai solchi di “Viper”. Paranoia, claustrofobia, allucinazioni, rock ‘n’ roll deviato. The filth and the fury!
I losangelini Sound Reasons sono infatti passati dai lidi lusitani della Groovie Records per approdare a quelli altrettanto virtuosi della Rogue Records.
Salve, peccatori, ecco una lista di album, recensiti nel 2024, che hanno maggiormente incontrato i favori e i gusti del vostro Reverendo, in ordine sparso e non gerarchico:
Per motivi anagrafici (e geografici, e naturalmente economici) chi vi scrive non ha potuto vedere dal vivo tantissime band fighe del passato, ma nonostante questa mancanza, non ha avuto bisogno di ascoltare le loro canzoni su una serie tv “di successo” per scoprirle. Oggi, purtroppo, funziona così: in assenza di qualcuno che le guidi e le dia gli strumenti adatti (solo il formato cartaceo dei libri resiste ancora, ma è in una riserva indiana, in un Paese come l’Italia, nel quale la stragrande maggioranza delle persone usa i libri solo come oggetto scenografico per arredare il soggiorno, o come sostegno per raddrizzare le gambe di tavoli e sedie, o come sottobicchieri, ma fino a pochi anni fa c’erano tanti negozi di dischi, qualche canale televisivo tematico e un buon numero di riviste musicali a dare consigli e svolgere un’indispensabile funzione sociale e culturale, ma erano importanti anche la collezione di album dei genitori illuminati, o i dischi che i/le fratelli/sorelle più grandi acquistavano o registravano su cassetta, e poi li giravano a quelli più piccoli, oppure gli scambi reciproci che si facevano, con modalità quasi da Carboneria, con quei quattro gatti che ascoltavano rock ‘n’ roll negli istituti scolastici che frequentavamo, e coi quali inevitabilmente si finiva per solidarizzare e fare amicizia) e anche a causa della loro pigrizia che si accontenta della superficialità di algoritmi che, nel mainstream, gli fanno trovare la pappa già pronta (rinunciando a un lavoro di ricerca e curiosità, nell’era moderna dell’internet senza limiti, in cui si può reperire e ascoltare praticamente tutto lo scibile umano prodotto in musica) l’unico modo con cui le giovani generazioni potrebbero conoscere band come gli statunitensi Fleshtones – o comunque certo rock ‘n’ roll in generale – è solo “grazie” a Netflix o altre piattaforme simili, perché avranno sentito un motivetto orecchiabile tipo “Blitzkrieg Bop” dei Ramones, o si saranno fatti una risata con la cantilena di “Surfin’ Bird” dei Trashmen, opportunamente infilati come sottofondo che accompagna qualche scena “virale” dalla serie tv del momento (come capitò, un paio di anni fa, col caso clamoroso del “successo” riscosso dai Cramps con la cover di “Goo goo muck“) e identificheranno questa musica dagli i-phones tramite l’applicazione “Shazam” e poi forse la troveranno su Spotify per ascoltarne quindici secondi e inserirla in qualche “playlist”. Certo, in passato anche a “noi” capitava di restare folgorati o affascinati da una canzone inedita alle nostre orecchie, magari passata in radio o apprezzata dalla colonna sonora di un film o telefilm, e poi ci si avventurava a caccia di informazioni, stuzzicati da quel desiderio di mettere le mani (e i timpani) su qualche nuovo gruppo, ma il contesto storico pre-musica liquida imperante/social network era diverso, e il confronto con lo sconforto di oggi è qualcosa che, oggettivamente, mette addosso tristezza. Ok, esaurito il “momento boomer”, resta comunque difficile immaginarsi che una band come i Fleshtones riesca a diventare “di tendenza” su una piattaforma come TikTok, ma in realtà poco importa perché, chi ama davvero il rock ‘n’ roll, non ha certo necessità dell’ausilio delle nuove piattaforme social per sapere chi siano i veterani garage rockers newyorchesi, da sempre capitanati dal frontman Peter Zaremba e dall’infuocata chitarra di Keith Streng, che dal 1976 (l’anno della loro fondazione) a oggi ne hanno veramente fatte e viste tante: dal farsi le ossa coi concerti al mitico CBGB (e costruendosi un fedele zoccolo duro di appassionati anche in altri luoghi ugualmente simbolici come il Max’s Kansas City, il Club 57, Irving Plaza, 9:30 club, Pyramid club e il Maxwell’s) al prestare canzoni alla soundtrack di film, dall’aprire concerti per mostri sacri come Chuck Berry e James Brown alle ospitate televisive con Andy Warhol e al condurre (Zaremba) un vero e proprio format su MTV negli Eighties, oltre a officiare festival di garage rock revival come il Cavestomp. Tutto all’insegna del “SUPER ROCK“, ovvero il modo in cui hanno battezzato la loro proposta sonora (una miscela esplosiva di proto-punk dei mid-Sixties, R&B anni dei Fifties alla Little Richard e sprazzi di surf music, psichedelia e soul alla James Brown) che ha fruttato dischi come “Blast off!“, “Roman gods” e “Hexbreaker!“, tutti lavori che occupano un posto di prestigio tra gli Lp più importanti della storia del garage rock/punk. Emozione, liberazione, beat, ritmo e catarsi. Quest’anno gli highlander del garage rock sono giunti a pubblicare il loro ventesimo lavoro sulla lunga distanza, “It’s getting late (…and more songs about werewolves)” uscito su Yep Roc Records e arrivato a quattro anni di distanza dal pluri-rimandato (a causa della pandemia da covid) “Face of the screaming werewolf“. Nel mezzo, era stato rilasciato anche un 7″ con un due cover, “Festa Di Frankenstein” (rielaborazione di un brano degli Swinging Phillies, ma cantata interamente in italiano, anche grazie alla partecipazione dei Vindicators) e “The Dedication Song” (rivisitazione, con nuove liriche, della hit del 1966 di Freddy Cannon). “It’s getting late” è un discreto esercizio di mestiere, sfornato da una band che, dopo quasi mezzo secolo sulle scene, non ha certo nulla da dimostrare a nessuno, ma non è affatto imbolsita: la voglia di fare baldoria è ancora intatta, i Fleshtones sono animali da palcoscenico e uno dei migliori party groups sulla piazza (e chi vi scrive può confermarlo: visti una volta in concerto, una delle esperienze più coinvolgenti fatte dal vivo) forti di una stabilità ultradecennale della line up (che, oltre alla premiata ditta Zaremba-Streng, vede anche il bassista Ken Fox e il batterista Bill Milhizer) con la loro attitudine festaiola che si fonde con estetica e immaginari Fifties/Sixties che, a volte, può sconfinare nel trash, ma non teme confronti quando si tratta di far divertire e ballare il pubblico e gli estimatori – oltre, ovviamente, agli aficionados del quartetto del Queens -. I lupi sono affamati e si cibano di episodi grintosi (come l’opener “Pussywillow“, la kinksiana “Way of the world“, “You say you don’t mind it” o “Wah wah power“) goliardici (“Big as my balls“, “Come on Everybody Getting High with You Baby Tonight“) euforici SUPER-ROCK come marchio di fabbrica ‘Tones (“Morphine drip“, “The consequences“) strumentali (“The hearse“, cover di Lee Hazlewood/The Astronauts) carcasse di dinosauri (vedasi la Stonesiana “Empty sky” o la cover di “Love me while you can” di Johnny Rivers). Non è mai troppo tardi per danzare coi licantropi nel pallido plenilunio.
Ben venga un massiccio ritorno dei singoli 7″, nell’epoca dell’eterno presente in cui tutto viaggia e scivola via rapidamente – e si perde presto nel dimenticatoio della memoria umana e nell’oblio di quel buco nero chiamato web – e la soglia di attenzione massima di una persona media, bombardata da miliardi di informazioni dell’internet (e rimbambita dai social network-s) è circa di otto secondi, e al massimo lagggente riesce a sostenere il livello di concentrazione per l’ascolto di un brano musicale in (poco meno di) trenta secondi, scorrendo distrattamente i “reels” e le “storie” tra balletti, “meme” e varie altre marchette assortite. Siccome oggi il prendersela comoda per godersi un disco e, in generale, la lentezza e il pensare sono ormai considerati un peccato da sfigati, perché la società obbliga tutti ad essere perennemente di corsa, impone di andare sempre velocissimi (e anche l’elaborare un pensiero richiede tempo, poi non appena si tenta di proporre qualcosa di più complesso, o una riflessione che vada oltre il trash, l’italiano medio si annoia e butta tutto in caciara con stronzate come: “Oh, ma checcefrega, facce ridere, facce divertì“, e infatti a forza di risate, ignoranza e disimpegno, l’Italia è diventata un Paese tra i meno istruiti al mondo, e quello europeo con più analfabeti funzionali, generando masse incolte che non leggono un libro neanche per sbaglio, ascoltano musicademmmerda, guardano film demmmerda, e fanno eleggere i neofascisti al governo) contro il logorio della vita moderna, ci vengono in soccorso i torinesi Sick Rose con, appunto, un singolo 7″, con due soli pezzi che vanno dritti al punto e dovrebbero colpire l’attenzione anche degli ascoltatori più distratti (ammesso che i nostri riescano mai a diventare “virali” su un social come TikTok, perché ormai le masse passive scoprono la musica, vecchia o nuova che sia, solo attraverso queste nuove tecnologie invadenti e totalizzanti). I veterani garage rockers/power poppers italiani (che hanno ormai scavallato i quarant’anni di percorso musicale, durante i quali hanno anche partecipato alla soundtrack per un film horror underground) tra i massimi alfieri della scena rock ‘n’ roll underground (da non confondere con “indie”, ché quella, declinata in salsa italiota, equivale a esclamare una bestemmia) nostrana, e apprezzati anche all’estero, autori di almeno un capolavoro del garage punk mondiale tutto – il debut album “Faces” – se ne vengono oggi fuori con un 7″ la cui copertina si richiama, nella grafica, a quella di “London calling” dei Clash (che, a sua volta, era quasi un plagio della front cover dell’album d’esordio di Elvis Presley…) e contenenti due pezzi registrati nel settembre 2023: uno è una riuscita cover di “Don’t give it up now” dei Lyres – resa in maniera efficace e personale, restando fedele all’originale – e l’inedito “A golden boy“, grintoso power pop dalla melodia fresca e coinvolgente. A questo giro, la line up del combo piemontese (formato dal frontman Luca Re, con Luca Mangani al basso, Diego Mese alla chitarra, Stefano Vacchetta all’organo Farfisa e Alberto Fratucelli alla batteria e backing vocals) a questo giro è impreziosita dalla presenza dell’italo-australiano Dom Mariani degli Stems (tra l’altro non nuovo a collaborazioni coi Sick Rose) ospite al canto in “Dove give it up now” e alla chitarra sulla B-side. Il 7″ è uscito su Onde italiane dischi, ed è distribuito dalla label pisana Area Pirata, è disponibile in sole 300 copie, quindi fareste meglio ad affrettarvi per non lasciarvelo scappare. Morale della favola: il popolino si scanni per un borgataro senza arte né parte (o altri rappettari/trappettari coatti di turno con l’autotune) che in nome della “libertà d’espressione”, e grazie a una operazione di marketing, diventa sempre più “famoso” grazie a una polemicuccia da salotto (causando un cortocircuito negli ambienti intellettualoidi “petalosi” neopuritani) e continui pure a rincoglionirsi con le tribute band di Fiasco Rossi, Ligabove e Giovanotti (e i video demenziali sui social) ché noi, in un universo parallelo, ci teniamo stretti i Sick Rose. Don’t Give It Up Now / A Golden Boy by The Sick Rose
Barmudas Pink Rock Society: immergiti nelle sonorità di Message in your Butthole e scopri la potenza della loro musica rock, solo su Spotify!