No Spoiler Ghosting
No Spoiler Ghosting: il punk sta bene, e pure noi godiamo di discreta salute. Come avrebbero detto i latini: ad maiora.
Il rock, o musica rock, è un genere della popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni cinquanta e sessanta del Novecento.
No Spoiler Ghosting: il punk sta bene, e pure noi godiamo di discreta salute. Come avrebbero detto i latini: ad maiora.
Non si è mai abituati a ricevere le brutte notizie, soprattutto quando riguardano personaggi, musicisti e/o band molto amate e stimate della scena rock ‘n’ roll mondiale, e già all’inizio del mese scorso eravamo stati travolti da un evento orrendo quale è stato leggere della morte di Steve Albini. Ma, agli inizi di questo mese, un altro tristissimo avvenimento è arrivato a sconvolgere la nostra comunità: quello della improvvisa e prematura dipartita di Ranch Sironi, giovanissimo bassista degli heavy/psych rockers californiani Nebula, che ci ha lasciati a soli 32 anni in Italia, a Roma, mentre la band era in tour e aveva in programma delle date nel nostro Paese. Una tragedia tremenda, se si considera che, già lo scorso anno, il power trio aveva già dovuto fronteggiare la perdita di un altro bassista, Tom Davies, anch’egli scomparso in giovane età. Una sorta di “maledizione” che può minare gli equilibri e compromettere la stessa sopravvivenza di un gruppo, costretto a fare i conti con un macigno emotivo e una mancanza di alchimia e chimica musicale-umana che, se non si ha le spalle abbastanza larghe, potrebbe anche non essere superata e portare agli scioglimenti. Con la più viva speranza che ciò non accada, e che i losangelini, in qualche modo, riescano ad andare avanti nel proprio percorso, la vita, come la musica, va avanti e oggi è stato pubblicato, dalla label italiana Heavy Psych Sounds, uno split album condiviso proprio tra i Nebula e i romani Black Rainbows, heavy psych/stoner/space ensemble (Gabriele Fiori al songwriting, chitarra e voce, Edoardo “Mancio” Mancini al basso e Filippo Ragazzoni alla batteria) formatosi nel 2005 e con ben nove Lp all’attivo. Questa abbondante mezz’ora di high-energy joint venture dal lungo titolo, “In Search of the Cosmic Tale: Crossing the Galactic Portal” (e dallo splendido artwork a cura di Simon Berndt) presenta tre brani per ciascun combo, coi Nebula che hanno proposto “Acid drop“, “Eye of the storm” e “Ceasar XXXIV“, composte appositamente per l’occasione (e che restano, sfortunatamente, le uniche incisioni in studio con Sironi) con Eddie Glass e soci a confermare la loro consueta formula a base di fuzziness e potenza heavy/hard/pysch rock, non disdegnando divagazioni spacey, mentre i nostrani Black Rainbows hanno inserito tre canzoni (“The secret“, “Thunder lights on the greatest sky” e “Dogs of war“) provenienti dalle sessioni di registrazione del loro ultimo, acclamato full length uscito lo scorso anno, “Superskull“, con un sound fortemente imparentato con lo stoner rock dei Nineties, tra riffoni saturi reiterati e trip space/psych. La fiaccola dell’heavy-psych rock (concedendoci una metafora sportiva, visto che siamo a ridosso dei giochi olimpici) viaggia tra “vecchio” e “nuovo” mondo a colpi di suoni slabbrati e atmosfere distorte, confidando nell’auspicio che queste due band-tedofori proseguano il loro cammino, illuminando il viaggio di un amico andato via troppo presto (rest easy, Ranch!) e tengano accesa la fiamma della passione ancora per tanto tempo.
The Off-Keytchen: uno dei migliori lavori pubblicati dalla Kaczynski Editions, e chi la conosca almeno un minimo ha già compreso la portata di questo disco.
Ritorno con il botto per i californiani Fu Manchu, ormai conclamati decani della scena desert/stoner rock mondiale
Orville Peck: un giovane sudafricano bianco di trent’anni, talento precoce emigrato per lavoro prima in Inghilterra e poi in Canada, ex-batterista di un gruppo punk
In un mondo migliore i Prisoners sarebbero stati delle star, in questo invece non è andata così e forse non era neppure nei loro piani e nelle loro intenzioni;
Nuovo disco per il gruppo italo svizzero degli Houstones, dal titolo “A + C”, in uscita per Soppressa Records, Collettivo Dotto e Entes Anomicos.
Per quanto concerne i Lemon Twigs un dubbio mi assale: che siano l’ascolto perfetto per quella fetta di ascoltatori indie oriented che tanto detesto.
Troppa grazia, Sant’Antonio! Eh già! Per un devoto cultore dei suoni sixties oriented, avere la fortuna, nel giro di pochi giorni, di poter parlare di un nuovo singolo e di un nuovo intero album di sua maestà Mike Stax è davvero una benevolenza tanto inaspettata, quanto gradita. Questo Memories Have Faces esce a quasi dieci anni di distanza da Inside Out Your Mind, ultimo vagito su trentatré della band, dimostrandosi, a mio modesto avviso, ancora superiore al suo già di per sé brillantissimo predecessore; a riprova, se mai ce ne fosse bisogno, di come passione, competenza e sacro fuoco non abbandonino chi di certe sonorità si è reso uno dei più credibili e quotati alfieri. Ma andiamo ad ascoltarcele le canzoni in scaletta, iniziando ovviamente dal lato A che si apre su Second Hand, una strepitosa cavalcata freakbeat resa ancor più godibile dagli intarsi vocali in essa contenuti. Per quanto riguarda High and Lonesome e Daffodils of Despair vi rimando alle righe da me scritte sul 7″ appena edito dalla Rogue Records, due pezzi eccellenti, naturalmente; seguono Ocean, un brano assai robusto, ricco di distorsioni in libertà e When She Sleeps, canzone struggente che fa vagare le nostre menti obnubilate verso territori cari ai Love. Il lato B è aperto da Crises From the Midnight Circus che, nel suo dipanarsi, si porta nelle zone dell’hard blues alla Steppenwolf, gli fanno seguito Memories Have Faces, altrettanto rocciosa ma più irruentemente punk, e la melodia inattaccabile che contraddistingue Candlelight; a chiudere i giochi ci pensa Hollow Men e lo fa alla grande, sconfinando in coloratissimi territori psychedelici. Qualcuno nutriva dei dubbi su quanto potessero fornire e proporre i Loons nell’anno del signore 2024? La risposta è affidata ai solchi di questo ’33, ed è una risposta davvero convincente. The Loons – Memories Have Faces Altre Recensioni Loons: The Loons – Dream In Jade Green The Loons – Blue ether saturday 7″ The Loons – High and Lonesome like Jimmy Reed Said daffodils of despair 7″ MEMORIES HAVE FACES by THE LOONS
I Right In Sight le hanno fatte proprie entrambe riproponendole rivitalizzandole sì in maniera stilisticamente stravolta, ma trattandole con grande rispetto.
Esordio discografico per i Terramorta, gruppo grindcore metal con un tiro esagerato, un qualcosa che ti si attacca addosso come una sanguisuga e non ti molla fino alla fine.
C’era una volta, in Italia, una scena musicale che – fatto abbastanza raro – non era (troppo) derivativa da influenze esterofile e, per potenza e (bassa) qualità della proposta, non aveva nulla da invidiare alle scene omonime (ma ben più grandi, “quotate” e visibili) inglesi/europee e statunitensi. Parliamo dell’hardcore punk, un movimento sonoro, concettuale ed etico che, agli albori degli anni Ottanta, esplose nell’underground del “Bel Paese”, dopo aver recepito e assorbito gli echi provocatori “scandalosi” (dal lato di chi lo vedeva solo come un fenomeno modaiolo di costume e cattivo gusto per reietti della società e giovani scalmanati e impertinenti) e gli input situazionisti e (musicalmente e “filosoficamente”) sovversivi del punk rock, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti, dai Sex Pistols ai Ramones, dai Black Flag ai D.O.A., dai Germs ai Dead Kennedys fino alla lezione musico-politica del punk anarchico dell’area Crass. Volutamente estremista e incompromissorio, documentato e sostenuto attivamente da fanzine come – tra le tante altre – T.V.O.R. (Teste vuote ossa rotte) label indipendenti come l’Attack Punk Records e centri sociali come il Virus di Milano, il Victor Charlie di Pisa e altre realtà sotterranee (ma vive e barricadere) l’HC punk riuscì a svilupparsi attraverso una fitta rete di contatti che teneva unita tutta la scena dei collettivi lungo le Stivale (in particolare a Torino, Milano, Bologna e il Granducato Hardcore in Toscana). E ovviamente il carburante che faceva ardere il fuoco, oltre alla rabbia sociale contro l’ordine costituito e le istituzioni borghesi, e all’attivismo politico controculturale, era rappresentato dai dischi e dai concerti che le band tenevano in giro per lo Stivale: Wretched, Raw Power, Cheetah Chrome Motherfuckers, Indigesti, Crash Box, Kina, RAF Punk, Impact, Contrazione, Underage, Contropotere, Bloody Riot, l’Oi! dei NABAT e altro magma incandescente anarcoide, antimilitarista e antiautoritario (legato all’autoproduzione e al DIY, in opposizione al business del mainstream discografico delle major) che era costretto a sanguinare e andava contro tutto e tutti, dritto contro un muro. Un microcosmo antagonista autoctono che si guadagnò la stima e il rispetto dei punks d’oltreoceano, con la nota fanzine statunitense Maximumrocknroll che teneva una rubrica dedicata all’Italian hardcore, diventato anche fonte di ispirazione per i membri di diverse HC band americane che avevano visto in azione alcune delle “nostre” band summenzionate. Tra quei protagonisti di quei furious years (tutto il decennio degli Eighties) che segnarono una anomalia, una voce giovanile imponente che vomitava il proprio disgusto dalle viscere dell’edonismo disimpegnato ottantiano di facciata e una scheggia impazzita (ancora oggi presente, seppure in forme diverse) nella nazione del “bel canto”, dell’opera e della musica lirica, ci sono sicuramente stati anche i torinesi Negazione e i Declino, oggi oggetto della ristampa (in formato vinilico e cassetta) di questo split tape del nastro autoprodotto, intitolato “Mucchio selvaggio“, che entrambi i gruppi registrarono nel 1984 (e che, originariamente, uscì per Ossa Rotte Tapes/Disforia Tapes in formato cassette tape e, in seguito, in vinile per l’inglese Children of the revolution records) e che quest’anno è stata rieditata per festeggiare i quarant’anni dalla sua pubblicazione, alla quale è stata affiancata una mostra fotografica, a Torino, sulla scena punk locale della Motor city (all’epoca) italiana, “Collezione di attimi“, ispirata dall’omonimo libro sull’epopea dei Negazione. La reissue è stata curata nell’audio (rimasterizzato) nella grafica (riarrangiata da DeeMo, storico collaboratore dei Negazione) e affidata alla neonata label Rocka Tapes di Massimo Roccaforte (e distribuita da Spittle/Goodfellas) ridando furore a uno split che vedeva i due ensemble piemontesi – realtà gemelle che condividevano anche un membro, Roberto “Tax” Farano, alla chitarra coi Negazione e alla batteria coi Declino – unire le forze sia su disco, sia on the road, con l’album collaborativo uscito a ridosso del loro primo tour europeo. Un sound dinamitardo, folle e ipercinetico (che conteneva in nuce i prodromi del grindcore, un massacro sonoro architettato dalle chitarre sanguinarie malmenate da Marzio “Mungo V.R.” Bertotti e dal succitato Farano, alias “Takkop”, senza dimenticare le sezioni ritmiche, altrettanto devastanti, sconquassate dai batteristi Michele D’Alessio e Takkop, e dai bassi martoriati da Silvio Bernelli e dal compianto Marco Mathieu) faceva da miccia per far deflagarare testi (sputati fuori da Zazzo e Sandr’Opp con una ferocia impressionante) ricolmi di invettive sociali contro il Potere, odio contro la società dei consumi perbenista e benpensante e i suoi capisaldi classisti (stato/politica ufficiale, scuola, famiglia, chiesa/religione) e l’angoscia del vivere quotidiano nei “mitici anni Ottanta” in una realtà industriale grigia (roccaforte della FIAT e del capitalismo predatorio della dinastia Agnelli) senza reali alternative per i kids e alle prese con gli ultimi fuochi della lotta armata, e già ai tempi fiaccata da disoccupazione, recessione economica, licenziamenti e tanti giovani che annullavano le proprie vite a causa dell’eroina e perdevano la loro carica rivoluzionaria diventando zombies schiavi della “roba”. C’è dentro tutta l’acida e schizzata dirompenza del primissimo repertorio dei Negazione (dall’anthem “Tutti pazzi” a “Maggioranza/Minoranza” a “Irrazionalità sconnessa“, dei veri e propri calci nei denti all’ascoltatore, passando per “Non mi dire” e “Plastica umanità“) e il flusso sonoro ancor più nichilista e lacerante, che a tratti sconfinava nel thrash metal, dei Declino (“Intro/vittime“, “Inutile trionfo“, “Vita“, “Diritto-dovere“, “Eresia” ) che di lì a poco avrebbero gettato la spugna. Violenza sonica orgogliosamente inascoltabile e liriche sguaiate e corrosive che si rincorrono da una band all’altra a formare un unico compatto muro di suono per una mezz’ora che, a suo modo e nel suo piccolo, ha fatto epoca e scuola. Sparatevelo a tutto volume, è passato tanto tempo ma vi farà ancora sanguinare le orecchie.