Ci sono giorni in cui nulla ha un senso, ci si alza senza prospettive consci che non ci sia un futuro possibile, neppure a stretto giro di posta.; ci si desta dal letto per raggiungere un lavoro senza sbocchi, piatto, ripetitivo, sottopagato.
In uno di quei giorni, costretto dalla pioggia ad usare la macchina, portai con me il secondo volume di questa trilogia e no, non avvenne il miracolo, ma i pezzi contenuti nel disco ebbero la forza di farmi capire il perché ero almeno vivo, fosse altro perché c’era ancora dell’ottima musica da ascoltare.
Giunto alla fine del viaggio scrissi a Ferruccio per dirglielo e lui mi rispose in brevissimo tempo felice e, forse, anche un po’ onorato di aver assolto a tale improbo compito. Questo per dirvi quanto sia affezionato a questa raccolta messa su dal chitarrista dei Cut che, visti i riscontri ottenuti, non ha conseguito soltanto il mio modesto plauso.
Ma veniamo alla musica e ai dodici brani che chiudono idealmente un cerchio apertosi nel lontano 2018. Il lato A parte con What Am I Doing Here? e, visto che l’autore definisce (con profonda modestia) questo suo concept una sorta di Ziggy Stardust dei poveri, affermo che la canzone in oggetto ha la dignità e la profondità di un pezzo acustico di Bowie; Habit ti strappa il cuore come solo i Pogues più ispirati sanno fare, She Thinks I’m a Creep è un incrocio tra gli Housemartins e i Firehose (ok sarò pazzo, ma dategli un ascolto e ditemi se non è vero).
I Get You Things e The Fear ricordano gli Husker Du più “accessibili” e direi che difficilmente potrei fare paragone più virtuoso. Chiude il tutto Loved for the First Time, un brano che tocca l’anima con dita sensibilissime.
Giriamo lato ed andiamo ad iniziare con The Night I Watched Myself Die canzone pop ed ariosa nell’accezione più virtuosa del termine, con tanto di handclapping a rafforzarne le fondamenta, This Machine Kills Heartaches è punk e pure anthemica, When You Were Mine è l’unica cover del disco (per l’esattezza un pezzo di Prince che non conoscevo) della quale mi sono andato ad ascoltare l’originale: beh questa versione più rock suona decisamente più corposa, Don’t Waste Your Love on Me è Billy Bragg alle prese con il Blues mentre Paragraph è David Johansen che diventa Buster Poindexter, esplorando territori inusitatamente jazzati.
Non so se sono riuscito ad essere razionale, esaustivo, distaccato nello scrivere di questo disco ma ho già accennato a quanto il valore del suo predecessore travalicasse il suo semplice contenuto artistico, peraltro notevolissimo.
Quindi per quanto riguarda questo terzo ed ultimo capitolo dirò che è una fra le cose più belle che ho ascoltato recentemente e che vi consiglio caldamente di farlo vostro; come detto in precedenza no, non farà il miracolo, ma renderà la vostra vita migliore nel tempo in cui lo ascolterete e se questo vi sembra poco…
Ferro Solo – Almost Mine Part III: The Fernando Chronicles
ine: The Unexpected Rise And Sudden Demise Of Fernando (pt.1)
Recensione: Ferro Solo Almost Mine: The Unexpected Rise And Sudden Demise Of Fernando (pt.1)