iye-logo-light-1-250x250
Webzine dal 1999

Recensione : Il mestiere di vivere: un’immersione nel diario di Cesare Pavese

Iniziato il 6 ottobre 1935 durante il confino politico, “Il mestiere di vivere” accompagna l’autore fino al 18 agosto 1950 (morì nove giorni dopo); violento, ironico, quasi mai sereno, Pavese affida a queste pagine i pensieri sul proprio mondo di scrittore e di uomo, compresi i drammi intimi che lo lacerano.

cesare pavese il mestiere di vivere
Iniziato il 6 ottobre 1935 durante il confino politico, “Il mestiere di vivere” accompagna l’autore fino al 18 agosto 1950 (morì nove giorni dopo); violento, ironico, quasi mai sereno, Pavese affida a queste pagine i pensieri sul proprio mondo di scrittore e di uomo, compresi i drammi intimi che lo lacerano.   Potrete leggere passaggi come questi:  
  • Perché chiedo sempre alle mie poesie il contenuto esauriente, morale, giudicante? Io che non mi capacito che l’uomo giudichi l’uomo? (novembre 1935)
  • Viene un accesso d’asma e l’uomo comincia a bestemmiare con rabbia e tenacia: con la precisa intenzione di offendere questo Dio eventuale. Pensa che dopotutto, se c’è, ogni bestemmia è un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui. Poi Dio si vendicherà – è il suo sistema – farà il diavolo a quattro, manderà altre disgrazie, metterà all’inferno, ma capovolga anche il mondo, nessuno gli toglierà il dispiacere provato, la martellata sofferta. Nessuno! È una bella consolazione. E certo ciò rivela che dopotutto questo Dio non ha pensato a tutto. Pensate: è il padrone assoluto, il tiranno, il tutto; l’uomo è una merda, un nulla, e pure l’uomo ha questa possibilità di farlo irritare e scontentarlo e mandargli a male un attimo della sua beata esistenza. (dicembre 1935)
  • (…) non fare mai il serpente, non rigettare mai la pelle: poiché, che cosa ha l’uomo di proprio, di vissuto, se non ciò ch’è appunto già vissuto? (febbraio 1936)
  • (…) per gli altri il valore delle cose che essi stessi ci negano, è segnato in gran parte dalla nostra avidità di possederle. Che noi guardiamo da un’altra parte, e subito i proprietari delle cose se le vedranno invilire tra le mani, e ce le tireranno dietro. (novembre 1937)
  • Non è tragico il fatto che ogni persona di fede sia un poco ridicola? Se ci fosse una sola fede questo non accadrebbe. (novembre 1937)
  • Porco Dio! (23 dicembre 1937)
  • Andare al confino è niente; tornare di là è atroce. (25 dicembre 1937)
  • Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì. (25 dicembre 1937)
  • Perché la gente abbia pietà di noi occorre che ci presentiamo bene, che non siamo troppo sporchi, che rappresentiamo un vantaggio per chi si occupa di noi. (gennaio 1938)
  • Se in questa giungla d’interessi ch’è la terra dite che una cosa per bene c’è, e sarebbero gli entusiasmi per l’ideale – domando, quali ideali? – Perché siete poi i primi a rompere la testa e trattare da delinquente chi non ha il vostro ideale. (gennaio 1938)
  • La bontà che nasce dalla stanchezza di soffrire è un orrore peggio che la sofferenza. (febbraio 1938)
  • Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male (…), ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo. (maggio 1938)
  • L’arte di vivere – dato che per vivere bisogna straziare altri (vedi vita sessuale, vedi commercio, vedi ogni attività) – consiste nell’abituarsi a fare ogni porcata senza guastare la nostra sistemazione interiore. Essere capace di qualunque porcata, è il miglior bagaglio che possa avere un uomo. (giugno 1938)
  • Tanto poco un uomo s’interessa dell’altro, che persino il Cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (luglio 1938)
  • Potrebbe darsi che i bambini siano più abitudinari degli adulti e noi non lo si afferri bene per la ragione che essi vivono in guerra con gli adulti e sono costretti a celebrare le loro abitudini in segreto. Infatti, lo sforzo degli adulti è di rompere tutte le abitudini dei bambini, sospettando in esse un nodo di resistenza e di anarchismo. (novembre 1939)
  • Prima la potenza serviva alle ideologie, ora le ideologie servono alla potenza. (gennaio 1940)
  • Anche nella storia succede che quando una cosa farebbe piacere, non può accadere; accadrà quando ci sarà indifferente. I vecchi imperi cadono quando sono diventati pacifici, civili e benefici; fin che una potenza è impertinente e illegale e violenta nessuno può arrestarla. (giugno 1940)
  • Un caso in cui l’ingiustizia tirannica passa liscia, è quando viene esercitata, sia pure sfacciatamente, contro un gruppo nettamente definito e non numerosissimo. (luglio 1940)
  • In tutte le cose l’errore è credere che si possa fare un’azione, assumere un contegno una volta e poi più. (Sbaglio di quelli che dicono: “siamo laboriosi, avari se necessario, fino a trent’anni, poi ce la godremo”. A trent’anni avranno la piega dell’avarizia, dell’operosità, e non se la godranno più. Di quelli che dicono: “Con un solo delitto sarò felice tutta la vita”. Faranno il delitto e vivranno sempre pronti a farne un altro per nascondere il primo). Ciò che si fa, si farà ancora e anzi si è già fatto in un passato lontano. L’angoscia della vita è questa rotaia che le nostre decisioni ci mettono sotto le ruote (La verità è che già prima di deciderci seguivamo la direzione). (aprile 1941)
  • Pensato sul trenino che i campi che vedevo fuggire, le cortine d’alberi, le case, i cantucci, i ricordi di altri tempi, tutto avrebbe servito a far ricordo, a far passato. Per quanto l’ora fosse banale, e in fondo annoiasse, ritrovarla un giorno non sarebbe più stato banale. (agosto 1942)
  • Nel sogno sei autore e non sai come finirà. (ottobre 1943)
  • Raccontare le cose incredibili come fossero reali – sistema antico; raccontare le reali come fossero incredibili – moderno. (novembre 1943)
  • Come può Dio pretendere le lunghe umiliazioni in preghiera, le interminabili ripetizioni del culto? (aprile 1944)
  • Quando una giustificazione di Dio è superata, diventa superstizione. (agosto 1944)
  • Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. (novembre 1945)
  • (…) tutti i pazzi, i maledetti, i criminosi sono stati bambini, hanno giocato come te, hanno creduto che qualcosa di bello li aspettasse. Quando avevamo tre, sette anni, tutti, quando nulla era avvenuto o dormiva solamente nei nervi e nel cuore. (dicembre 1945)
  • Fessi gli etnologi che credono basti accostare le masse alle varie culture del passato – e del presente – per avvezzarle a capire e tollerare e uscire dal razzismo, dal nazionalismo, dall’intolleranza. Le passioni collettive sono mosse da esigenze d’interessi che si travestono di miti razziali e nazionali. E gli interessi non si cancellano. (1 marzo 1946)
  • Vendicarsi di qualcuno! Fa’ come se lo perdonassi – abbandonalo alle vendette della vita. Non c’è trascorrere di tempo che non infligga da sé, senza spinta da parte dell’offeso, cose atroci a ciascuno. E non soltanto il tempo – gli stessi altri, quegli altri magari che ti han fatto offendere, violare, mutilare dal tuo nemico. Lasciali fare, tutti. Ti vendicheranno. Quanto più cari saranno al tuo nemico. Basta lasciarli vivere. Tutti. Che vendetta sarebbe se non ci fossero tutti? (3 marzo 1946)
  • Non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso. (marzo 1946)
  • Gli uomini non si lagnano del soffrire, ma dell’autorità che li supera e tiene e fa soffrire.
  • Chi gli piace sborare in fica, paghi. (aprile 1946)
  • Un discorso di comizio ha la natura del rito religioso. Si ascolta per sentire ciò che già si pensava, per esaltarsi nella comune fede e confessione. (giugno 1947)
  • I figli – il domani – ricominciano sempre e ignorano allegram. i padri, il già fatto. È più accettabile l’odio, la rivolta contro il passato che non questa beata ignoranza. (agosto 1947)
  • Rispondo che l’assoluto e fiducioso abbandono di sé all’umiltà, alla grazia, a Dio, ha il difetto di essere un gesto presuntuoso, una superbia, una speranza ingiustificata. Una comoda ipotesi. Mi si risponde. Ogni uomo è così. Cade in strada e tende la mano. Si sente morire e si affida a chiunque. (…) Quando siamo perduti, speriamo. (novembre 1947)
  • Sono triste, inutile, come un dio. (gennaio 1948)
  • Si odiano gli altri, perché si odia se stessi. (dicembre 1948)
  • Succede di notte, quando comincio a assopirmi. Ogni rumore – scricchiolio di legno, frastuono in strada, grido lontano e improvviso – mi risucchia come un gorgo, un repentino e ondeggiante gorgo, in cui mi crolla il cervello e crolla il mondo. Nell’attimo attendo il terremoto, il finimondo. È un residuo della guerra, delle bombe aeree? (novembre 1949)
  • L’idea del suicidio era una protesta di vita. (gennaio 1950)
  • Le cose si sa che accadono quando sono già accadute. La pienezza del ’45-’46 la so adesso. Allora la vivevo. (gennaio 1950)
  • Non si uccide per amore di una Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla. (marzo 1950)
  • (…) sono entrato nel gorgo: contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa, e mi sono impegnato nella responsabilità politica, che mi schiaccia. La risposta è una sola – suicidio. (maggio 1950)
  • (…) sui fronti la gente ha ricominciato a morire. Se mai ci sarà un mondo pacifico, felice, che cosa penserà di queste cose? Forse quello che noi pensiamo dei cannibali, dei sacrifici aztechi, dei processi delle streghe. (luglio 1950)
  • I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. (17 agosto 1950)
  • La cosa più segretamente temuta accade sempre. (18 agosto 1950)
  • Basta un po’ di coraggio. (18 agosto 1950)
  • Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. (18 agosto 1950)
  • Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. (18 agosto 1950)

Il diario come specchio dell’animo

‘Il mestiere di vivere’ di Cesare Pavese è oggi considerata un’opera eccezionale, in quanto riflette i mali e le introspezioni di un autore. È molto più di un’autobiografia; è una camera di profonda riflessione, una confessione esistenziale attraverso cui i significati della vita vengono scrupolosamente scritti. Egli fa del diario uno strumento con cui esaminare i propri sentimenti e pensieri, creando un dialogo intimo tra autore e lettore, in cui ogni pagina letta diventa un invito a entrare nel mondo interiore del primo. Questo lavoro è collegato al suo precedente “Mestiere di poeta”, attraverso il quale Pavese aveva avviato la definizione dell’intricata relazione tra scrittura e vita. In “Il mestiere di vivere” completa questa analisi, fornendo una considerazione più matura e sottile della creazione artistica, non solo nel suo aspetto di atto estetico ma anche come necessità vitale. Il suo lavoro appartiene a una tradizione letteraria italiana che può essere trovata nello “Zibaldone” di Leopardi, dove la meditazione individuale è unita alla problematicità universale; allo stesso tempo, rivela l’influenza di Baudelaire nella ricerca dell’autenticità e nella stessa tensione tra bellezza e sofferenza, che pone il diario di Pavese come un pezzo che va oltre i confini nazionali e si colloca nella costituzione stessa del pensiero europeo.  

Temi chiave del “Mestiere di vivere”

In “L’arte di vivere”, Cesare Pavese tratta temi universali come la ricerca dell’amore e il senso di solitudine con disarmante sincerità. La sua scrittura riesce a diventare veicolo-espressione allo stesso tempo per la rivelazione di quella connessione umana profondamente desiderabile e anche dell’isolamento che il più delle volte si accompagna a tali aspirazioni. In una delle sue pagine più toccanti, Pavese scrive: “Nessuno è così felice come chi è innamorato”, sottolineando la bellezza intrinseca dell’amore, ma anche il dolore struggente che può portare. Altrettanto profonda è la sua analisi del dolore; parla dell’impulso a suicidarsi con una chiarezza che va contro il solito. Pavese non si nasconde dietro idee abusate né fa sembrare le cose romantiche: il suo stile è diretto, come dimostra il verso: “Il dolore è un amico che non tradisce mai”. Affrontare argomenti così grandi in questo modo, senza trattenersi o sentirsi troppo compiaciuti di sé, offre al lettore una visione fresca e lo fa riflettere sulle proprie debolezze. Quindi, “l’arte di vivere” non è più solo un semplice racconto, ma un invito a considerare quegli eventi condivisi che ci formano come persone.
Pavese Il Mestiere Di Vivere
Pavese Il Mestiere Di Vivere

Lo stile di Pavese

Lo stile di Pavese, asciutto ed essenziale ne “Il mestiere di vivere”, si manifesta attraverso una scrittura frammentata e spesso aforistica, che colpisce per la sua densità. Le frasi brevi e incisive non solo coinvolgono il lettore, ma gli impongono di riflettere su ogni parola, come se ogni pensiero fosse un frammento di verità da decifrare. Non a caso Pavese scrive così, desiderando una ricerca del fondo delle cose, libera da fronzoli e sentimentalismi inutili. L’impatto emotivo di questo stile semplice è chiaro, poiché ogni affermazione colpisce il cuore del lettore. La mancanza di abbellimenti letterari non rende sottile il messaggio, ma lo amplifica, rendendo l’esperienza di lettura forte e facile da ricordare. In questo modo, Pavese può mostrare emozioni profonde e intricate attraverso parole semplici, formando una connessione immediata e forte con il lettore. La sua scrittura si trasforma così in un atto di verità, dove il silenzio tra le parole dice tanto quanto il testo stesso.  

Il “Mestiere di vivere” e la musica

In “Mestiere di vivere”, Cesare Pavese si addentra nelle profondità dell’angoscia esistenziale e della solitudine, temi che risuonano anche così fortemente con la musica alternativa moderna. Bon Iver o Sufjan Stevens, ad esempio, esprimono entrambi attraverso i loro suoni eterei e i testi introspettivi quegli stessi sentimenti, e creano l’atmosfera giusta per riflettere. Nelle melodie di questi poeti, il tipo di introspezione che si trasforma in un viaggio verso l’interno riesce a toccare le fibre più sensibili dell’anima umana. La produzione musicale underground riguarda la ricerca di autenticità, molto, dice, sui problemi di trovare un significato in un mondo apparentemente senza scopo. Canzoni come “Holocene” dei Bon Iver o “Fourth of July” di Sufjan Stevens sono state create per esprimere questo stesso sentimento di vulnerabilità e contemplazione ispirato dai diari di Pavese. Con i loro testi, carichi di tanta tristezza e bellezza, questi artisti creano la colonna sonora perfetta per la lettura, creando un ponte vibrante tra letteratura e musica. “Merchandise of Living” diventa un’esperienza multi-sensuale in cui parole e note si intrecciano per dare voce a un’esistenza complicata e genuina.

Perchè leggere “Il mestiere di vivere” oggi?

Leggere oggi “L’arte di vivere” di Cesare Pavese significa addentrarsi in un pensiero profondo e attuale, capace di entrare in sintonia con la vita di molti giovani. In un’epoca segnata da dubbi e rapidi cambiamenti, gli argomenti sollevati nel diario – trovare il proprio posto, i grovigli di legami interpersonali e la fragilità dei sentimenti – emergono con una potenza forte. Pavese, con le sue parole oneste e aperte, riesce a parlare a chi è alla deriva, chiedendogli di guardare dentro le proprie emozioni e debolezze. La capacità di Pavese di dare voce al conflitto interiore e alla fame di relazioni umane parla al lettore moderno con una speciale immediatezza nel suo stesso “mestiere di vivere”. Queste pagine sono infallibili in un’epoca in cui i social media offuscano le relazioni e rendono più forti le insicurezze, perché questo diario può essere un vero compagno, un luogo sicuro in cui affrontare e soffrire con la solitudine e la bellezza della vita. Avvicinarsi a quest’opera significa fare un atto di lettura più di questo: un viaggio interiore che risveglia la propria crescita personale e chiede attenzione al proprio modo esistenziale.

FAQ

Le ragioni del suicidio di Cesare Pavese sono complesse e legate alla sua personalità, alle sue esperienze di vita e alle sue inquietudini esistenziali, spesso riflesse nelle sue opere come “Il mestiere di vivere”.

L’edizione integrale de “Il mestiere di vivere”, diario intimo e letterario di Cesare Pavese, conta circa 400 pagine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Prima di Adamo di Jack London, edito da Leone

Prima di Adamo di Jack London

“Prima di Adamo” è una fantasia preistorica, un romanzo proiettato nel passato, ma con un occhio rivolto alle distorsioni e alle ingiustizie del presente.

Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski

Storie di ordinaria follia è una raccolta di 42 racconti di Charles Bukowski, pubblicata nel 1978. I racconti sono in gran parte autobiografici e raccontano la vita dell’autore, un cinquantenne disoccupato e alcolizzato che vive a Los Angeles.

RIMANI IN CONTATTO

CANALE TELEGRAM
GRUPPO WHATSUP