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Lucenti, Uduvicio Atanagi (eris Edizioni, 2018)

Lucenti è l’ultimo romanzo pubblicato da Eris Edizioni nella collana di narrativa Atropo.
L’autore del romanzo assume il nome de plume di Uduvicio Atanagi, celando dunque la sua vera identità. Quel che sappiamo di Atanagi è che nel corso degli anni ha usato diversi pseudonimi, scrivendo nell’ambito del genere fantascientifico aderisce al movimento connettivista, quindi pubblicando con Kipple dei racconti e poi un romanzo, I giorni tristi, e un altro romanzo con Meridiano Zero, Mentre l’Italia brucia. È accompagnato in questa avventura con Eris Edizioni da AkaB, talentuoso illustratore con molti lavori alle spalle e tra le altre cose regista del coraggioso lungometraggio “Mattatoio” presentato al Cinema di Venezia. AkaB disegna alcune tavole che inframezzano il lungo racconto, tavole dai tratti onirici, graffianti, affascinanti. Le illustrazioni di AkaB sono come i ritagli suggestivi di una pellicola strappata, sono pittoriche gemme chiaroscurali, piccoli quadri sottocorticali.

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Lucenti è una storia fantastica e nera, una favola moderna la cui morale è racchiusa forse nell’archetipo delle emozioni umane. Un’esposizione ancestrale di presagi e carne, di violenza, di scoperte e paure.

“…cos’è che lega il tempo al sangue? È forse il sangue stesso quello che noi chiamiamo tempo? Il tempo scorre, come sangue, il tempo è il sangue, è ciò che ci trasporta e l’eco della nostra esistenza.”

Il podere Lucenti prende il nome dalla famiglia che lo ha abitato da più di 400 anni. Si trova vicino a Siena, e il tempo lì sembra come risucchiato in un limbo, un limbo abitato da boschi, vecchie credenze, strani rituali. Lungo il tempo e lo spazio si rincorrono le generazioni Lucenti, individui misteriosi e potenti, carismatici, dagli istinti bellicosi, il carattere animalesco, con un misterioso rancore incubato nella pelle.

Le tradizioni del paese sono in connubio esoterico e quasi primitivo col bosco, le vecchie e i contadini vi si addentrano intonando strane cantilene, seguono riti che sembrano antichissimi, antichi come la terra che calpestano, come il sangue che è stato versato.

“…e vedevano cose e si inchinavano ad altre cose in strane luminosità, in strani tempi che le facevano ricordare la terra, il sangue, il tempo, il sangue che diventa tempo e poi ancora polvere e tempo, quella sostanza, fresca e viscida, simile al fango.”

Ed è nel fango che Mino, protagonista narrativo, che si imerge completamente, al limitare del podere in cui vive, completamente nudo, sentendosi così protetto, estraniato da tutto il dolore, la terra che seccandosi gli forma una corazza sul corpo, perché:

“A volte era così assorto che rimaneva lì per minuti, risvegliandosi solo quando il corpo lo costringeva a riprendere aria, a volte si dimenticava di esistere e allora stava benissimo, (…)Un mostro, pensava, io sono un mostro, un mostro che scompare e si cela, un mostro senza forma e con tutte le forme, un mostro di terra e di fango, un mostro che dorme, un mostro immerso in un sonno immenso e senza sogni, un mostro che dorme per un miliardo di anni.”

Sono forze inconcepibili e arcaiche, umori terrigni, basici e diabolici quelli che attraversano la zona del podere, trasudando dalla terra, creando fantasmatici sogni e e dando forma e consistenza  a una realtà cruda, alternando bui abissali e luci frenetiche di desideri come sopiti. La scrittura potente e immaginifica di Atanagi, si libra in ritmiche notevoli, la punteggiatura spesso intrigante e ben congegnata, grazie al quale il testo diventa fluido e intrigante, modellando una storia forte, che attinge al gotico, all’onirico, al fantasmatico, regalandoci picchi di pura poesia. Penna forte  e capace, quella di Atanagi, ci fa sentire il lavoro di assestamento delle parole sulla carta, che rimbalzano nelle immagini che riesce a creare, nelle sensazioni che sgorgano vive e cupe e bellissime, nel suo crudo realismo magico.

“Lucenti” vuole penetrare nella filigrana degli archetipi emozionali, e lo fa in maniera eccellente, con prepotenza descrittiva, con quel linguaggio che sembra essere stato architettato per iniettare visioni.

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