Alice Banfi nasce a Milano sul finire degli anni settanta. Da subito la vita riserva per lei più delusioni che gioie. Cresce all’interno di una famiglia “allargata”. Una famiglia che non la protegge a dovere, come sarebbe necessario, ma, anzi, contribuisce ad accrescere le difficoltà, moltiplicandole. La sua sarà un’adolescenza complessa, che non potrà che sfociare nella diagnosi di “disturbo di personalità borderline”.
Oggi Alice dipinge in un atelier sul lungomare del Levante ligure, dove si è ricongiunta con la madre. Con Stampa Alternativa ha pubblicato due romanzi autobiografici. “Sottovuoto. Romanzo Psichiatrico” e “Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta”. Abbiamo scelto di raccontare quest’ ultimo. Che poi, nella realtà dei fatti, cronologicamente parlando, è il suo debutto del 2008. “Sottovuoto” lo seguirà a distanza di quattro anni, nel 2012.
Si dice spesso che la famiglia sia la culla che ci permette di crescere, protetti, distanti dalle angherie della vita, che ci attendono, non appena varchiamo la porta di casa. Purtroppo non è sempre così. Anzi, la famiglia si trasforma in inferno molto più spesso di quanto non si sia portati a pensare. Ma non fraintendiamoci. Si tratta di dinamiche che sono sempre accadute. Anzi, forse in passato le cose erano messe anche peggio. Soltanto che non si sapeva. Non c’era la cassa di risonanza di internet, e dei social network. Non si veniva a sapere nulla, o quasi. Restava tutto confinato dietro le mura di casa.
Anche per Alice l’idillio familiare si rivela ben presto tutt’altro. Le sue giornate contribuiranno a caricarla di una rabbia e di una collera che inevitabilmente finirà per scaricare su se stessa, in ogni modo possibile. Dagli stupefacenti all’autolesionismo. Inizia per lei una discesa che pare inarrestabile, e che la porterà ben presto a contatto con tutta una serie di reietti che finiranno per acuire il suo disagio e le sue problematiche. Fino alla diagnosi che sancisce per lei il punto di non ritorno. Disturbo di personalità borderline.
Alice non è in grado di difendersi da se stessa, figuriamoci dagli altri.
Se fossimo in un paese civile, le strutture sanitarie la curerebbero, cercando di ridurre gli eccessi della sua problematica, ed evitando che si possa aggravare. Ma, dato che siamo in Italia, accade esattamente il contrario. Alice precipita, e non pare in grado di trovare qualcosa o qualcuno a cui aggrapparsi, e interrompere la vertiginosa caduta.
Il Sistema Sanitario Nazionale, man mano che Alice racconta le sue vicissitudini, appare molto più malato di lei. Incapace di intercettarne i bisogni fa quello che gli riesce meglio. Legarla.
Prima la lega e poi la seda, con la conseguenza che durante le procedure di contenzione forzata le sue crisi si intensificano. I protocolli prevedono questa sequenza di eventi, e non il contrario. Al netto del fatto che la contenzione nei paesi “normali” non viene più applicata. Ancora una volta l’Italia dimostra tutta la sua arretratezza, soprattutto nel momento in cui non viene incontro alle necessità delle persone più fragili, ma anzi si accanisce con loro proprio in virtù di questa loro debolezza.
Alice rimbalza tra i vari servizi di SPDC che la prendono in carico, ma senza avere mai nemmeno avuto il sentore di riuscire a venire fuori dalla sua situazione. È solo un rimpallarsi il problema, che ha come ovvia conseguenza quella di inasprire il rapporto di Alice con il mondo “istituzionale” che la circonda.
La scusa ufficiale con cui viene giustificata la contenzione è quella più semplice e più banale, oltre che la più comoda per il personale che la deve assistere. “Per il suo bene, in modo che non si faccia del male”.
“La nostra azione di rovesciamento ha avuto inizialmente questo significato: smascherare la violenza dell’istituzione psichiatrica, dimostrare la gratuità ed il carattere puramente difensivo delle misure repressive manicomiali, attraverso l’edificazione di una dimensione istituzionale diversa, dove il malato potesse gradualmente ritrovare un ruolo che lo togliesse dalla passività in cui la malattia, prima, e l’azione distruttiva dell’istituto, poi, lo avevano fissato.” F. Basaglia
Quella della contenzione è una strada che non riesco a percorrere, e che non voglio percorrere, fosse anche l’ultima, e l’unica a mia disposizione. Anzi, spesso, da infermiere, mi vergogno per i colleghi che negli anni (o magari anche tutt’ora) l’hanno individuata come la preferita. La mia è un’idea di sanità che guarda alla persona e non alla malattia. Parte tutto da qui. E non potrebbe essere altrimenti.
Il paradosso è che cercare (e quindi pensare) di curare, in questo modo, non solo Alice, ma chiunque presenti problematiche assimilabili alle sue, è folle. E quando scriviamo folle, non usiamo un termine a caso, perché è proprio lì che vogliamo arrivare. All’insensatezza di un’idea che è quanto di più lontano dalla realtà, dalla ragione, dall’umanità. Un atteggiamento, un approccio sconsiderato totalmente scriteriato che non può che portare ad un peggioramento delle dinamiche cui si intende porre rimedio. E poi, diciamocelo senza ipocrisia. A legare son buoni tutti, a curare meno.
Legare significa ledere ulteriormente la dignità di persone già ampiamente lesionate, sia dentro che fuori. Nel momento in cui si stringono le cinghie agli arti di una persona come possiamo pensare che questa poi, finisca per riporre in noi la propria fiducia?
Restando sul romanzo, Alice colleziona ricoveri a ripetizione. Nulla cambia per lei. Le dinamiche sono sempre le stesse, mutano gli attori di questa commedia dell’assurdo in cui è stata calata, ma al di là del contesto, resta tutto immutato. Soprattutto la sua difficoltà nell’affrontare il rapporto prima con se stessa e poi con gli altri.
Alice inizia a scappare. Non ha altra scelta. E lo fa tutte le volte che può, consapevole però, che finirà per tornare lì dentro. Perché alla fine si è abituata all’inferno in cui è stata rinchiusa. Ma, prima, slega anche gli altri, e li aiuta a scappare, lasciandoli liberi di scegliere da soli quella che deve essere la loro strada. Ci sono tanti modi per scappare, compreso quello peggiore di tutti, quello da cui non si può tornare indietro. Come in tutte le storie tristi, anche Alice ha toccato con mano il suicidio di un’amica, che non è riuscita a tenere a bada i cattivi pensieri che le affollavano la testa.
Finché un giorno Alice riesce a trovare quella pace che cerca da troppo tempo. Da quando cioè ha iniziato a subire le angherie del personale sanitario che, incapace di percepirla (tranne ovviamente alcuni casi, sporadici e isolati) come un essere umano pensante, la vede solamente come una patologia estratta direttamente dal DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Il testo sacro a cui la psichiatria fa riferimento, a qualunque latitudine. La Bibbia della psichiatria, che però non tiene conto della soggettività delle persone, limitandosi alla fredda sintomatologia. Approccio che, come racconta anche Alice nel suo libro, finisce per trasformare la struttura sanitaria di cura in un luogo asettico, privo di empatia, dove prevalgono l’esclusione e la marginalizzazione. SPDC che diventano carceri. Luoghi in cui chiudiamo quelli che ci fanno paura.
Al netto di tutto, cercando di chiudere, e invitandovi alla lettura del romanzo di Alice, crediamo che sia necessario guardare a un domani che possa garantire dignità a chiunque, e in particolare, a coloro che sono in difficoltà. Per cui, non solo curarli, inquadrandoli come persone e non come malattie, ma cercare di individuare quello che possa essere, per loro, il percorso migliore per il reinserimento sociale. Un progetto riabilitativo che non può prescindere dal coinvolgimento attivo della persona, che deve essere liberata dallo stigma sociale associato alle sue problematiche.